Forse è il momento di parlare di Torino. In realtà non sono sicura che sia proprio questo il momento di parlare di Torino. Perché solo scrivere “parlare di Torino” mi fa salire la nausea. Fortissima, poi. Però è da affrontare questa Torino, nonostante la grandine che mi scende nell’ipofisi al suo solo pensiero.
Torino. Quasi 3 anni e 7 mesi che la rivedo solo nella mia testa. Il Quadrilatero, la Gran Madre, tutti i lampioni che ho fotografato fino allo sfinimento, e poi Piazza Statuto, la punta della Mole, la gente della Fiat, gli autobus lucidi di notte, il bicerin e i gianduiotti sciolti, i chioschi di girasoli, Grom, i balconi di via Garibaldi, la pizza di Amici Miei. Le facce grigie, le strade grigie, i parchi verdi, il Valentino rosso, la neve coi riflessi. Sto per vomitare tutto.
Forse non esistono più, se io non li vedo. Scendo sul piano solipsistico e traccio un confine a matita tra me e le Alpi.
E’ che Torino non mi fa male per quello che ci ho vissuto. Mi fa male perché mi manca e sono vigliacca, e non ho il coraggio di tornarci, e mi sento come una madre, credo, che ha abbandonato un figlio e poi passano i giorni e gli anni e non ha più il coraggio di cercarlo o rivederlo, che fa male, troppo male, e il sudore si fa ghiacciato come inox.
Arriverà il giorno in cui prenderò il treno e con Olivia al collo tornerò in quei posti a piangere e ridere e sentire dolore e sentire calore.
Solo una città che non sto più vivendo. Con tutto quello che ci ho infilato dentro, lunghe file di perline e sassi colorati.
Esorcizzo la follia, Torino mia.