28 mag 2010

Alienazione Gardaland

Ieri gitarella a Gardaland con nipote – 10 anni, prima volta nella sua vita (“zia, grazie! Questo è il posto più stupendo del mondo!”)

E' stato liberatorio, divertente, sfogante, attraente.

Poi ho pensato a cosa vuol dire lavorarci, lì dentro.
E di dipendenti ce ne sono a bizzeffe. Tutti sorridenti, come usciti da un’animazione di Tim Burton, coi volti quasi distorti, come avessero una paresi. Sempre lì, bombardati di musichette allucinatorie a 3 milioni di watt, urla di ragazzi sul Blue Tornado, casette di cartapesta, stradine coi fiorellini tutti curati. Ogni giorno, per 8 ore di fila.
Sono tornata a casa pensando che non è poi così male il mio angolo silenzioso d’ufficio.

26 mag 2010

Con il contributo di voi blogger

ho dato un incipit a una cosa che avevo in testa.
Ho inserito, in fila, tutte le parole che mi avete scritto su richiesta del mio precedente post.

Ecco qui


SPETETRF! Appena uscito dal portone di casa Achille pestò un brandello di cono gelato, ormai liquefatto e rammollito, abbandonato sul marciapiede. Il rumore sordo della cialda accompagnò un rivolo di liquido rosa che gli impiastricciò i sandali nuovi di zecca e l’unghia dell’alluce destro.
“Mi ci vuole un po’ di riposo”, pensò. “Sono tanto stanco, stanco, cazzo come sono stanco. Ed è anche lunedì. Lunedìmerda, lunedìmerda, lunedìmerda”. Era l’unico pensiero a cui la sua mente riusciva a dare un senso in quel momento: lunedìmerda. Prese il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni, si chinò a pulire il gelato dal dito e lo rigettò veloce in mezzo alla strada. Avrebbe preferito rimanere arrotolato sul divano per il resto della settimana, senza dover pensare a quell’inutile progetto per la sostenibilità ambientale dell’Ingegner Castoni, senza dover uscire di casa, buttare la spazzatura, poi domare il traffico, camminare, guidare, salire le scale del palazzo fino al terzo piano, salutare i colleghi, sorridere. Solo sigarette, ventilatore a velocità 2, dormire dormire dormire, coca-cola ghiacciata. E poi lui, prediletto compagno degli ultimi giorni: il dvd della terza stagione di Lost. “Il resto può andare a fare in culo”, pensava Achille mentre camminava verso l’auto parcheggiata due traverse più avanti. Accese la terza sigaretta del mattino, dopo quella sulla tazza del water e quella in cucina durante il caffelatte. Era un vero piacere per Achille sentire la bocca impastarsi di fumo, gustare quel sapore di tabacco che conosceva ormai da quando era un adolescente. Era un piacere profondo, che riusciva a non dare mai per scontato. Come gli diceva sempre Agnese, “fumare è apotropaico, Achi. Tiene lontani gli spiriti maligni, io non smetterò mai”. Gli arrivò una fitta taglientissima alla bocca dello stomaco.
Agnese.
Un tappeto di fiori, una poesia improvvisata, il senso di ogni perché.
Un abisso di nulla, anche. Agnese terrore, Agnese splendore. Agnese, che ogni giorno imparava una parola nuova dal dizionario che poi ripeteva allo sfinimento per non dimenticarla più.
Agnese, invadente dolore perseverante.


Il sole era appena spuntato e già emanava un caldo torrido e claustrofobico; dall’asfalto l’odore di catrame sciolto entrava dritto nelle piccole narici di Achille. Era sudato sulla fronte, i piedi strascicati e pesanti, poi Agnese che si presentava dentro al cervello così, senza dire nulla. “Che stronza”. Un verme dentro a una mela. “Stronza Agnese, stronza”.
Svoltò alla seconda traversa, scorse subito il muso della sua auto nera. Bastò una manciata di secondi per notare che sotto il tergicristallo penzolava un foglio. Inconfondibile, doppio strato bianco e giallo. “Vigilidelcazzo Vigilidelcazzo Vigilidelcazzo. E’ proprio lunedì. Lunedìmerda.”. Achille l’aveva parcheggiata lì il venerdì sera precedente, alticcio, di ritorno dall’ennesimo giro perlustrativo sotto casa di Agnese. Si era accorto di essere leggermente fuori dagli spazi e che così aveva invaso di un paio di centimetri l’entrata di un vecchio portone inutilizzato. Ma era stanco, gli occhi non reggevano più lo sforzo di rimanere aperti, aveva girato la chiave e spento il motore, sperando che almeno durante il week end non passasse qualche vigile. Era anche Agosto, insomma. Achille prese la multa tra le mani, senza guardare l’importo. “Adesso faccio il sovversivo, la straccio e mi ci pulisco le infradito, stronza di una multa. Agnese, amore mio, faccio l’iconoclasta, guardami. Io la odio questa società del cazzo, queste regole del cazzo, queste multe del cazzo. Io Agnese non so se ho mai capito davvero cosa voglia dire iconoclasta, ma era primavera e il tuo vocabolario aveva deciso che era quella la parola del giorno, me lo ricordo Agnese, amore mio. Ci eravamo svegliati da poco, avevi la maglietta rossa, quella con le fragole, e la prima cosa che avevi fatto era stata aprire il tuo vocabolario distrutto e scarabocchiato. “Iconoclasta” dicevi, e mi guardavi e abbiamo fatto l’amore, Agnese. Agnese, stronza, guarda come mi sono ridotto, sono l’ultimo degli idioti adesso, l’ultimo dei peggiori quaquaraqua. Trentaquattro anni e ti penso come fossi la password per ogni ragionamento che faccio, Agnese”.
Achille si guardò intorno, la strada era deserta. Si sedette sul lato opposto della strada, la multa in mano, lo sguardo fisso sull’auto. La caviglia destra iniziò a pulsare, ricordandogli che da quattro giorni non metteva la pomata prescritta dal medico. “Burp opaflexamina. L’unico medicinale con il nome onomatopeico di un rigurgito d’aria” pensò Achille massaggiandosi l’arto. Se l’era slogato dieci giorni prima mentre cercava di trattenere Agnese, stringendole forte l’avambraccio, sotto casa sua. “Mi fai male Achi, smettila. Lasciami stare, ti prego”. E si era divincolata talmente all’improvviso e con uno strattone così secco che lui aveva perso l’equilibrio, sbattendo la spalla contro il cassonetto della spazzatura e incrociando malamente i piedi uno sull’altro. “Che fame di amore mi hai lasciato, Agnese? Che fame di tutto senza di te. Che non riesco più a far nulla, guardare nulla, sentire nulla. Agnese, maledetta dea del mio cazzo triste, che anche la voce di Perry Farrell o Faber o Nina Simone è proibita alle mie orecchie se non sei tu a farmela ascoltare.”
Erano appena le otto e ad Achille sembrava già notte. Senza alcuna voglia di lasciare il marciapiede, senza alcuna motivazione ad alzare le sue gambe lunghe, con Agnese nelle tempie, con ancora la multa in mano e la caviglia all’aria, si diresse al bar di Alfredo pochi passi più avanti.


Il bar di Alfredo era frequentato dai soliti cinque o sei pensionati della zona, che d’inverno si posizionavano nello stanzino adiacente al wc, passando intere giornate a parlare di nulla, di buche nell’asfalto, di Franco che era morto mentre portava a spasso il cane in bicicletta, di calcio e rigori mancati, di Nazareno che aveva perso la testa per la cassiera della Snai. Ma il momento più bello ed atteso era quando i pochi clienti della giornata usufruivano del bagno. E allora eccoli i commenti danzare, ecco piroettare stoccate e giudizi, sguardi sulle gambe delle signorine che spuntavano dai cappotti, occhiate furenti alle incipienti calvizie dei giovani. E così il caffè diventava più buono, le chiacchiere più belle e il matrimonio che durava da 40 anni sembrava più facile da affrontare alla sera, una volta tornati a casa. D’estate invece li vedevi spuntare prestissimo, come per magia, quasi in contemporanea all’arrivo di Alfredo, vecchio pure lui. “La mia è una vita di sfiga e di sfida”, diceva sempre ai suoi affezionati clienti mattinieri, che spesso lo aiutavano a posizionare le sedie blu sbiadite all’esterno del locale, tutte in fila, con lo schienale sdrucito appoggiato al muro del palazzo. Di sfighe in effetti Arturo ne aveva avute parecchie nella vita, dall’amore al lavoro, dalla salute ai soldi: un groviglio di scelte sbagliate, destino beffardo, incontri e persone da evitare.
Ed era anche per questo motivo che Achille gli voleva così bene, ad Arturo.
(to be continued...)

19 mag 2010

Non sono pazza (non sono pazza?)

Sfogo le mie frustrazioni cancellando gomme: lo faccio da quando ho memoria. I miei colleghi, i primi tempi, mi scrutavano preoccupati.
"Ma che cazzo si cancella, questa?".
Dio che ridere, se mi guardo da fuori sembro una pazza totale. Ma giuro, sono normale e ben integrata nella società. Mi piace solo cancellare le gomme. Ci avrei potuto riempire una vasca se avessi tenuto tutte quelle che ho consumato nella mia vita.

Ah, quello che nella foto spunta da dietro è San Precario, appiccicato su un portamatite. E' il mio santo protettore.
E poi ditemi che non devo essere nervosa.

17 mag 2010

Momento down

Arriva senza dire niente.
Lo fa da maleducata e sprovveduta. E non sai perché: forse è il ciclo mestruale, forse una sensibilità così verace da cancellare molte difese, forse sono le persone attorno a me che capisco solo a rate.
È la malinconia. Che si inietta nella pelle, trasuda dai pensieri, ti cola lungo il collo.
Respiro sorridendo e penso che anche lei ci vuole nella vita. Puzza di paura putrescente, la schiaccerei volentieri contro il muro dei miei mille non conclusi pensierini.
Eppure c'è e quando arriva la tengo stretta, ‘sta stronza amica mia.

12 mag 2010

Tutt'al più mi si brucia la lampadina

6 mesi di dentista al sabato mattina, perché quello che curava in precedenza la mia bocca ci ha buttato la bomba nucleare ed ora è tutto da ricostruire. Non riesco a descrivere il dolore pulsante e nervoso del granuloma sotto il mio dentino curato, il devastante ronzio che arriva fino all’orecchio e mi addormenta la mascella. Dura da 5 giorni e mi viene davvero da piangere. Poi la fine del trasloco, l’inizio dell’approccio a milioni di cartoni pienissimi. E ancora il mio capo che ieri è diventato papà per la prima volta del capellutissimo Diego, che cosa meravigliosa. Però son qui da sola a gestire 8 milioni di lavori e tutti mi chiamano e tutti mi vogliono e tutti mi corrono dietro. Mi sento la Star de’ Noartri. Poi tra 2 giorni son 30 anni che son nata e ho avuto la brillante idea di fare una mega festa in terrazzo con cocktail libero e devo ancora organizzare tutto. Ah, con anche grigliatina annessa. Poi il corso d’aggiornamento al lavoro. Mio padre da gestire perché “la sua bambina” gli è scivolata dalle dita. Che ridere.
Che scarabocchio di periodo. Uh.

10 mag 2010

M(ir)aggio

Ci stanno togliendo anche la gioia della primavera.
Troviamo il colpevole, per favore.

7 mag 2010

Vorrei sposare Francesco De Gregori

Tu cosa credi bello?
Che davvero sia una buona stella,
questa stella nera che ci sta accompagnando?
E se non fosse per sentirmi vivo adesso,
io nemmeno probabilmente, starei cantando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
O di chi li ha costruiti rubando?

4 mag 2010

Sberla si, sberla no?

Sono sempre stata convinta che nell'educazione di un figlio qualche pacca nel sedere o qualche sberlotto, se strettamente necessario, non fosse una tragedia. E invece ultimamente sembra che le "punizioni corporali" (che parolone, santoddio) siano lo sfacelo dell'umanità.
Io qualcuna ne ho presa. E, vi dirò, calzava a pennello.

2 mag 2010

Il cinismo è una posa

Grazie a Volpe per questo aforisma che condivido in pieno.
In realtà un po' li invidio i cinici, secondo me hanno meno mal di stomaco.